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La lezione dei "due Ottantanove"
di Severino Saccardi

Sommario: Del “tema Ottantanove” è  doveroso dar conto alle generazioni più recenti, composte da giovani nati nel periodo immediatamente successivo al crollo del “Muro”. Ma i fatti berlinesi e le “rivoluzioni di velluto” dell’ Europa centro-orientale sono solo uno dei volti di quell’“anno indimenticabile”. L’altro - di segno opposto - rimanda alle immagini della repressione di Piazza Tien an men. “Due Ottantanove”, e due differenti, e contrapposti, percorsi politici, sociali e culturali che da lì hanno preso le mosse e di cui è possibile oggi fare un provvisorio e comparato bilancio critico.

E’ molto importante tornare, oggi, sul “tema Ottantanove” (1). Ed è importante farlo al di là delle occasioni celebrative per i venti anni dalla  caduta del Muro, che pure hanno avuto un’evidente rilevanza e un non trascurabile significato.  Importante è non ridurre la memoria a ritualità o al tributo da manifestare a ricorrenze obbligate.  E’ un elemento da tutelare e valorizzare, la memoria storica, in un tempo in cui essa è spesso oggetto di riconoscimenti altisonanti mentre sfuma la conoscenza dei fatti storici e l’esistenza collettiva pare appiattita nell’indistinta dimensione del presente.
Figli del “dopo-Muro”
I giovani che hanno oggi vent’anni nascevano quando il Muro crollava. Sono figli dell’ immediato “dopo-Muro”. Categorie, ideologie e riferimenti dell’“era di Yalta” appartengono per loro –inconfutabilmente - ad un passato che appare già remoto. Ma è un passato di cui (come dell’intera storia del “secolo breve” che ci è alle spalle) è bene che essi abbiano cognizione. E’ con questo spirito che abbiamo voluto riproporre, in apertura di questa nostra sezione monotematica, la trascrizione della puntuale lectio magistralis pronunciata il 9 Novembre scorso (giorno della fatidica ricorrenza di quel giorno che cambiò senso e direzione ai destini dell’Europa e del mondo) dall’amico Lucio Caracciolo, direttore della rivista “Limes, nell’auditorium del Consiglio Regionale della Toscana, di fronte ad alcune classi delle scuole superiori di Firenze e provincia. Composte di ragazze e ragazzi di diciotto-diciannove anni. Nati subito dopo il 1989. L’anno di un passaggio d’epoca. Vanno conosciuti, nelle loro dinamiche e nel loro senso più profondo, i “passaggi d’epoca”. E ne vanno, soprattutto, compresi ed attualizzati, l’insegnamento e la lezione di fondo. C’è un viaggio, mentale culturale, rispetto a temi come questo,  da mettere in atto. Nel tempo e nello spazio. D’altra parre c’è chi a viaggi del genere - veri, ed autocritici, percorsi storico-geografici  nella memoria - si è davvero acconciato e reso concretamente ed esistenzialmente disponibile. E’ quel che ha fatto, ad es., Tito Barbini, viaggiatore, e scrittore, che gira il mondo per  cercare risposte ai grandi interrogativi del nostre tempo oltreché alla sua creativa ed interna inquietudine. Era, Tito, uomo pubblico di peso e di successo, alcuni anni addietro, in una Regione come la Toscana. Al congedo dalla politica istituzionale e al mutare dei ritmi della vita non ha risposto con il ripiegamento, ma con il cercare. E’ stato prima in perlustrazione da Sud a Nord nelle Americhe (2) e, poi, in un percorso che è rivisitazione e “pellegrinaggio” politico e psicologico, nei paesi del “mondo ex” (secondo la tagliente definizione del grande scrittore croato Predrag Matvejevic). Il mondo dell’ ex “socialismo reale” (dalla Germania oggi riunificata fino alla Cina del governo del partito unico e del capitalismo rampante), di cui  Barbini parla in Caduti dal Muro (3). Germania e Cina. Sono, evidentemente, i due riferimenti ed i punti estremi da cui partire per  parlare della questione che è al centro della sezione monotematica di questo volume della Rivista. Una questione della quale spesso non sono adeguatamente colti gli ambivalenti risvolti e sottolineate l’evidenza e la portata storica. E che, come già ci è occorso di rilevare, rimanda ad una constatazione drammaticamente incontrovertibile: al fatto che di Ottantanove ce ne sono due (4).
Due città-simbolo
E’ quanto, nelle pagine che seguono, ricordano, con varietà di toni, di valutazioni e di analisi gli amici, gli studiosi e gli esperti che hanno accettato di scrivere sulla doppia, parallela ed opposta ricorrenza ventennale che riguarda le due città-simbolo di Berlino e di Pechino.
Se è vero, infatti, per riprendere il titolo della comunicazione di Caracciolo, che due decenni or sono vi fu un passaggio d’epoca, è anche evidente che quel che  quel decisivo spartiacque non ebbe un unico segno e  non mosse la storia verso una sola direzione. Ebbe due volti, ben distinti fra di loro, l’Ottantanove. L’anno fu, certo, “indimenticabile”. Come già, per altri aspetti, lo erano stati il 1956  (con la rivolta di Budapest e la crisi di Suez) e il 1968 (con la ribellione dei giovani e degli studenti). Ci sono, nella storia, gli anni “caldi”. Quelli che segnano momenti cruciali di passaggio con la forza di fermenti e sentimenti, spontanei e inarrestabili, che sembrano quasi diffondersi e correre per l’aria. Un’aria nuova come quella che l’anno Ottantanove sembrava spandere, e far comunemente respirare, a popoli diversi, ma con aspirazioni simili e condivise, dall’Europa centro-orientale fino alla Cina popolare. Si muove, la storia, nei suoi snodi più cruciali, in sintonia con i simboli con cui viene ad identificarsi e ad essere impersonato il bisogno di cambiamento. Un simbolo vivente sembrò materializzarsi, nel mese di Maggio di quell’anno fatale, con l’arrivo a Pechino di Mikhail Gorbaciov, l’uomo della glasnost e della perestrojka.
Non viveva, d’altra parte, la Cina, in modo più o meno analogo all’Unione Sovietica ed ai Paesi, ad essa legati, dell’ impero “socialista”, il bisogno indilazionabile di una modernizzazione e dell’uscita da una realtà fatta di rigidità e dirigismo burocratico? Ma, come da allora in poi sarebbe stato del tutto chiaro, c’è modernizzazione e modernizzazione. Quella (di carattere politico e democratico) auspicata dagli studenti che, nella “Piazza della pace celeste”, avevano eretto una “statua della libertà” si inscriveva evidentemente nella sfera del“tabù”. Come, del resto, a lungo sarebbe ancora stato. E come sembra essere tuttora.
Ripartì, Mikhail Gorbaciov, muto e imbarazzato per un incontro, quello con i giovani pieni di aspettative e di speranze, che non aveva potuto verificarsi e che non era nell’ordine delle cose possibili. Volando nuovamente, attraverso i cieli, verso le contrade, anch’esse in crescente fermento, del “socialismo reale” di osservanza sovietica, egli faceva probabilmente mente locale sulle due possibili vie che si prospettavano per tentare un’uscita da una crisi di carattere davvero epocale. Una delle due vie era esattamente quella che di lì a poco avrebbero percorso i dirigenti cinesi dai quali si era appena congedato. I suoi connotati sarebbero stati, con gli imminenti e sanguinosi avvenimenti di Piazza Tien an men, drammaticamente evidenti: repressione e pugno di ferro contro i “dissidenti” (identificabili - ancora la forza dei simboli - con la fragile figura dello studente che, solo,  si para di fronte ai carri armati), e ribadito, ed indiscusso, potere del partito unico. Elementi, entrambi, proposti ed imposti non come ostacoli e freni, ma come paradossali  strumenti per una controllata ( ed autoritariamente guidata) quanto folgorante ed espansiva strategia di crescita e di sviluppo economico della società. Una strada cruda e brutale, ma, indiscutibilmente e a suo modo, “originale”. I cui esiti (come evidenziano gli articoli di Roberto Reale e di Domenico Affinito) fanno discutere e turbano per i metodi usati e per le contraddizioni in essi implicite, ma emanano anche una loro perversa, e controversa, forza di attrazione.
E’ solida, la Cina
A vent’ anni dalla, rimossa e cancellata, tragedia di Tien an men, è solida la Cina. Ha uno sviluppo poderoso sul piano interno (che nemmeno la crisi in corso ha sostanzialmente ridimensionato), è un gigante economico ed è una potenza mondiale in via di espansione (con forti interessi ormai di carattere “globale” ed un temibile insediamento nel continente africano).
La riconfermata dittatura del partito comunista più il capitalismo (la prima delle ricette che Gorbaciov potrebbe avere ipoteticamente rivisitato nel suo viaggio di ritorno e che certo era stata presa in considerazione nella sua Unione Sovietica), a suo modo, ha funzionato. A prezzo di quali costi umani e sociali non importa star qui a ribadire. Capire la Cina vuol dire, per parafrasare il titolo di un bel film ad essa dedicato, che essa è ancor oggi il Paese della stella che non c’è (5). Un Paese che ha realizzato una crescita ragguardevole e, per molti aspetti, impressionante, ma che continua a rimuovere il tema dei diritti umani e della democrazia. Con aspetti che hanno risvolti finora imprevedibili anche sul piano della psicologia di massa, del costume e del modo di pensare delle nuove generazioni: che, in era post-ideologica, manifestano spesso un sorprendente consenso verso il regime al potere all’insegna di un mix di “ideologia del benessere” e di orgoglio nazionalistico.
E’ una sfida, quella cinese, davvero non sottovalutare. C’è chi ravvisa in quel che là va oggi avvenendo, e che si va consolidando, non una sorta di atipico unicum mondiale rappresentato da una strana società comunista-capitalista-nazionalista, ma un esperimento che ha la forza propositiva di un “modello”. Un modello che  ricava la sua connotazione di fondo e che ha avuto le sue prime radici e il suo vero battesimo del sangue proprio nell’“altro Ottantanove”. Quello, “di regime”, consumatosi a Piazza Tien an men, che stroncò violentemente e interdisse la “modernizzazione della democrazia”, voluta dai giovani e non osteggiata dagli stessi riformisti (poi sconfitti ed emarginati) del partito e che decise di puntare contemporaneamente, con un’accelerazione vertiginosa, sugli “spiriti animali” dell’arricchimento già preconizzato ed incoraggiato dall’antimaoismo del vecchio Deng.
La strada di Gorbaciov
Certo è , per tornare al volto bifronte del 1989, che altra fu la strada che scelse Gorbaciov.
Come ricordano i vari testi (da quello di Romero a quello di Leoncini) che si occupano del crollo dei “muri” europei, è certo che senza la scelta gorbacioviana di votar radicalmente pagina rispetto alla cupa tradizione di  interventi repressivi sovietici nell’Europa centro-orientale (dall’Ungheria’56 alla Cecoslovacchia ’68, passando per l’autoimposto e “preventivo” golpe di Jaruzelski nella Polonia di Solidarnosc nel 1981), la storia avrebbe avuto certamente un altro corso.
Lasciando libero corso alle “rivoluzioni di velluto” ed all’ondata popolare che, nel cuore dell’Europa, avrebbe travolto il simbolo stesso dell’ “era di Yalta” e della “guerra fredda”- il Muro eretto a Berlino nel 1961- una scelta era delineata. Una scelta esattamente opposta rispetto a quella cinese. Le implicazioni di fondo di tale opzione erano, anche qui, chiarissime. Alla base vi è la presa d’atto di due fallimenti storici: quello del modello politico-sociale del “socialismo reale” e quello del sistema di rapporti, basati sull’indiscutibile egemonia dell’URSS, che aveva guidato il Blocco dei Paesi dell’ “Europa dell’ Est” per alcuni decenni. Anche per le scelte conseguenti allora operate, Gorbaciov è considerato, oggi, in Russia come uno degli uomini più impopolari. E’ visto come il responsabile del declino e del crollo della posizione di predominanza del suo Paese in un’area strategica del quadrante internazionale e del suo declino sulla scena mondiale. Ma di quel declino egli non fu il responsabile. Ne fu, casomai, il consapevole notaio.
Certo è che (come registrano Simone Siliani, Nadia Urbinati, Francesco Leoncini) non mancano, a vent’anni dalle “rivoluzioni nonviolente” dell’Europa centro-orientale, pesanti ombre nel provvisorio bilancio di un percorso che, allora, sembrava incamminarsi secondo lineari e promettenti prospettive. La Russia, intanto, che è evidentemente un capitolo a parte, vive la contraddittoria situazione di un rapporto fra potere e società che, al di là della fragile facciata della legalità formale, vive di pulsioni autoritarie ed è appesantito da evidenti connotazioni oligarchiche. In altri Paesi dell’ ex “Europa dell’Est”, dove pure l’impianto democratico è più limpido ed avviato, non mancano contraddizioni sociali evidenti, spinte nazionalistiche e disamore per la  partecipazione alla vita politica (precedentemente compressa, dai vecchi regimi, e vagheggiata, come orizzonte di rinascita civile, dai loro antichi oppositori).
Non mancano fenomeni e sentimenti di “ostalgia”, come viene talora chiamato il sentimento, individuale e collettivo, del rimpianto per certi aspetti del “socialismo dell’ Est” e della vita di   magre certezze che, pur in un quadro di autoritarismo e di il libertà, esso sembrava forse assicurare. E’ per darne conto che, in un quadro di posizioni come sempre “plurali”, abbiamo pubblicato l’intervista (interessante, anche se poco in linea con il costante riferimento al valore universale delle libertà fondamentali che caratterizza la nostra rivista) dell’ungherese Agi Berta (raccolta da G.G. Gattai). Nell’indeterminatezza del ricordo, la memoria consolatoria di una vita incanalata su binari prevedibili e sicuri sembra portare sorprendentemente a sorvolare sui pesanti elementi repressivi che a  quel sistema hanno fatto da pesante architrave.
Ecco, dunque, il punto che le contraddizioni del presente (aggravate dalla crisi economica che, ad Est, si è manifestata pesantemente) non autorizzano a rimuovere o a minimizzare. E’ il punto che rimanda al centro ed al cuore delle differenze fra l’Ottantanove di Berlino (e delle “rivoluzioni di velluto” europee) e quello di Pechino. Una differenza che,  una volta di più, rimette in primo piano le questioni della democrazia, dei diritti umani, dell’autodeterminazione dei popoli.
Questioni, verrebbe da dire, di natura primaria. Che portano a considerazioni elementari, ma di natura,appunto, basilare. Senza crollo del Muro (e precedente, e previa, rinuncia gorbacioviana all’uso della forza contro le manifestazioni di popolo) il processo che ha permesso il cammino di ricomposizione culturale e la costruzione dell’unificazione istituzionale dell’intera Europa (pur con i limiti che sappiamo e che Rudy Caparrini ben evidenzia) sarebbe stato impensabile. Oggi i tempi in cui un grande scrittore ceco come Milan Kundera parlava di “occidente sequestrato” o di “Europa rapita” sembrano assai lontani (6). Ma cancellare, o anche solo sminuire, il ricordo di un continente pesantemente diviso e condizionato dalle gabbie ideologico-politiche e militari dei Blocchi contrapposti e della “guerra fredda” sarebbe, dal punto di vista etico-culturale, molto peggio di un’unilateralità: sarebbe una distorsione storica. C’è chi ha pungentemente notato - per parlare di un “caso” che ha valore di metafora - che  è preferibile che la “città magica” di Praga corra il rischio,  oggi comune a tanti centri urbani, nell’età del “turismo globale”, della riduzione ad una sorta di “dimensione Disneyland” piuttosto che continuare a vederla sottoposta alla cappa della “normalizzazione” ed all’arbitrio della polizia politica.
Una coincidenza piena di significato
Hanno innescato percorsi diversi (ed entrambi forieri di diversificate ed incomparabili contraddizioni) i “due Ottantanove”. Ma hanno anche, comunque, e soprattutto, dato evidenza, per dir così, a differenti riferimenti e scale di valori. E’ quanto è stato reso evidente, tornando a parlare di manifestazioni riferite a quello storico passaggio, da due eventi simbolici che il Consiglio Regionale della Toscana (a quasi un mese dal Nove Novembre e, dunque, dopo le rituali commemorazioni del crollo del Muro e dintorni) ha scelto di promuovere. Conferendo, in Dicembre, in due distinte quanto ravvicinate occasioni, il “Gonfalone d’Argento” (la massima onorificenza del Consiglio Regionale) ad Adam Michmik e ad Harry Wu.
Due personaggi-simbolo, per dir così, dei “due Ottantanove”. Michnik, fondatore del Kor  (Comitato di autodifesa operaia) e di Solidarnosc e protagonista  storico della “Tavola rotonda” per la transizione alla democrazia pochi mesi prima del crollo del Muro. Harry Wu, scrittore cinese, con diciannove anni di Laogai (i gulag di quel Paese) alle spalle.
Sono stati due momenti umanamente, culturalmente e politicamente molto densi.Nelle loro parole, il senso di lezioni storiche da non dimenticare e la consapevolezza delle contraddizioni del presente. Adam Michnik, riandando al senso dello storico cambiamento di vent’anni fa e alle nuove possibilità di sviluppo democratico che esso ha dischiuso, non ha mancato di denunciare i mali che corrompono e corrodono la ritrovata Europa del nostro tempo: le nuove sperequazioni sociali, la chiusura verso l’“altro” e il migrante, il populismo politico e la chiusura oligarchica della vita politica.
Harry Wu ha crudamente descritto la realtà, non rispettosa dei diritti umani, del suo Paese d’origine, la Cina, con i pesanti numeri delle esecuzioni capitali, la realtà tuttora estesa dei campi di internamento, la compressione della libertà religiosa. Ha anche denunciato la “realpolitik” e l’incoerenza dell’ Occidente che, in nome degli interessi economici, trascura e rimuove le battaglie di principio ed i propri stessi principi.
La visita dei due, così significativi, ospiti, è avvenuta a ridosso del 10 Dicembre. Giorno in cui ricorre l’anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani. Una coincidenza non di poco significato.
E’ anche e soprattutto alla luce dei principi di quel testo - “vero spartiacque della storia” (7) - che vanno ripensati passaggi cruciali” (come quello di cui ci siamo qui occupati)  della nostra storia recente e del “secolo breve” e che vanno tratte indicazioni per procedere avanti, in ambito culturale, politico e sociale,  nel cammino.
1) Di Ottantanove e dintorni “Testimonianze” si è già occupata con un corposo volume (nn.435-436), che fu oggetto di dibattiti e pubbliche presentazioni, già alcuni anni fa (v. la sez. monotematica dedicata ad  una riflessione Quindici anni dopo il Muro, a cura di S. Saccardi).
2) v. Tito Barbini, Le nuvole non chiedono permesso (ed. Polistampa, Firenze 2006), resoconto di un viaggio, dai singolari risvolti umani, sociali  e culturali, dalla Terra del Fuoco all’Alaska.
3) Il libro, di Paolo Ciampi e Tito Barbini, Caduti dal Muro (ed. Vallecchi, Firenze 2009) è stato presentato, presso il Consiglio Regionale della Toscana, lo stesso giorno della lectio magistralis di Lucio Caracciolo.
4) V. S. Saccardi, Di Ottantanove ce ne sono due, in “Testimonianze” nn.435-436 (sez. monotematica dedicata a 15 anni dopo il Muro, a cura di S. Saccardi).
5) V. S. Saccardi, L’intensa luce della stella che con c’è in Capire la Cina (sez. monotematica a cura di  Andrea Giuntini, Mary Malucchi e Severino Saccardi, in “Testimonianze” n.451).
6) Milan Kundera, L’Occidente sequestrato, “Nuovi Argomenti”, Gennaio-Marzo 1984.
7) Ernesto Balducci, La lunga marcia dei diritti dell’uomo, “Testimonianze” n.326.

 

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